Download Free FREE High-quality Joomla! Designs • Premium Joomla 3 Templates BIGtheme.net

Siamo quello che mangiamo

Questo post tratta di cibo, di lavoro e di povertà. Tratta anche di economia e di abuso delle selvagge regole del mercato privato per far profitto in modo indiscriminato con il cibo e con le persone.

Spesso mi chiedo da dove viene il cibo che mangiamo e vorrei condividere questa domanda con voi. Essere consumatori consapevoli significa iniziare a capire come funzionano i meccanismi con cui il cibo viene spostato, pagato e garantito. Iniziamo questo viaggio facendoci delle domande sulle etichette di provenienza dei prodotti.

Bene, prendiamo un qualsiasi negozio/market/centro commerciale ed andiamo a vedere il banco dei prodotti freschi, prestando attenzione proprio all’etichetta di provenienza. Guardate un attimo le foto qui sotto  e capirete cos’è l’assurdo, solo dopo faremo le dovute osservazioni.

 

Personalmente, i primi pensieri che mi sono passati per la testa sono di sicuro questi:

  • “In Italia non si produce più nulla”.
  • “Forse i prodotti italiani hanno prezzi non convenienti per la grande distribuzione”.
  • “Il costo del trasporto, sicuramente, non fa più la differenza sui prezzi dei prodotti”.

Eppure il prezzo delle arance siciliane (ad esempio) direttamente dal produttore, è molto minore rispetto a quello che troviamo nelle foto, ma questo non basta, i grandi ipermercati si rivolgono lo stesso ai prodotti stranieri perchè garantiscono margini di guadagni maggiori e sono meno soggetti a normative di controllo qualità.  I danni di questo circolo vizioso sono questi:

  1. Nei paesi esteri d’origine i prezzi sono vicini allo zero e la qualità è sempre discutibile. Le popolazioni vengono sfruttate approfittando della mancanza di legislazione e normative a tutela dei diritti dei lavoratori e delle persone. (Vi ricordate la Nike quando faceva cucire i palloni ai bambini?)
  2. In Italia le imprese agricole produttrici non riescono a stare sul mercato e sono costrette a chiudere o a passare al lavoro nero per competere con la sleale concorrenza estera. Questa situazione causa disoccupazione, precarizzazione e condizioni lavorative da paese del terzo mondo. Ogni anno decine di tonnellate di arance ed agrumi siciliani di ottima qualità vengono destinati ai cigoli delle ruspe o lasciati a marcire nelle discariche, per mancanza di acquirenti.

Ricordatevi, ogni volta che acquistate questi prodotti state contribuendo alla vostra stessa disoccupazione o dei vostri parenti ed amici connazionali ed anche alla riduzione in stato di schiavitù di qualcuno dall’altra parte del mondo.

Adesso vediamo cosa succede se allarghiamo la nostra riflessione cercando di abbracciare una visione più ampia.

Sostituiamo le arance con le persone e vediamo che i meccanismi economici sono esattamente gli stessi.

Fino a qualche anno fa una buona percentuale di giovani laureati e diplomati veniva assunta in condizioni precarie dai call center. Dopo aver studiato tanti anni, anche per pochi euro mensili, ci si prestava comunque a lavorare a turni in questi mega centri di “assistenza telefonica ai clienti” in attesa di una occupazione più decorosa.

Oggi i call center si stanno spostando velocemente nei paesi dell’est, in Marocco, in Tunisia. Molte aziende delocalizzano questi servizi per risparmiare sul costo del lavoro. Manodopera del posto, sottopagata e di bassa qualità, si occupa di rispondere ai clienti con un accento più o meno italiano con inflessioni di rumeno o albanese. E’ singolare come le stesse aziende chiedano dei curriculum mirabolanti a noi Italiani, per poi accontentarsi all’estero di manovalanza sottopagata che non parla nemmeno correttamente la lingua. Essendo il costo di un lavoratore italiano italiano è più alto di uno straniero,

il titolo di studio non basta più a garantirsi un minimo di sicurezza professionale.

Tutto ha un prezzo ovviamente, ma siccome è una cosa che si sta diffondendo in tutti i settori, la domanda che io vorrei fare a queste aziende è questa.

“Care aziende, gli italiani non lavorano più, i vostri prodotti ed i vostri servizi, a chi li venderete tra venti anni?”

Un ultima riflessione è che dove ci sono situazioni sociali a cui porre attenzione, dovrebbe essere la politica a garantire una visione diversa della società, ma questo non avviene, vuoi per incapacità, vuoi per interessi trasversali.

Siamo quello che mangiamo.

Share This:

Ti chiedo un piccolo piacere. Questo articolo è frutto di tanto impegno. Aiutami a condividerlo. Basta un click! Marcello Incarbone
Share on Facebook0Share on Google+0Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn0Email this to someone

About marcello

Marcello Incarbone è nato a Mazzarino (CL) nel 1973. Laureato in Economia all'università statale di Palermo, lavora nel settore Telecomunicazioni occupandosi di Information Technology e Strategie. Ha due figli Francesco e Fabiana di 11 e 5 anni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *